Che la festa cominci!

 In POLITICA

Fra qualche ora, nel cuore dell’America e delle grandi piantagioni di granoturco, comincerà quello che efficacemente Vittorio Zucconi ha definito sul suo blog il più grande spettacolo politico del mondo. Con buona pace di noi europei quello che va in scena ogni quattro anni, su quella immensa nazione-continente, non è solo il processo democratico per eleggere il Presidente degli Stati Uniti, ma è un vero e proprio show mediatico che culminerà la notte del 6 novembre con la sfida fra il presidente incubent, Barack Hussein Obama, e colui (o colei) che verrà fuori dalla sfida delle primarie del Partito Repubblicano, il Grand Old Party.

Potremo anche storcere il naso noi qui, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, per l’enorme massa di denaro che verrà spesa per la campagna elettorale: sta di fatto che – piaccia o non piaccia – questo grande show garantisce agli Stati Uniti d’America, da quasi 250 anni, un sistema democratico costituito da vera separazione di poteri, rigorosi controlli che regolano i possibili conflitti di interessi e ricambio generazionale del Potere Esecutivo.

Comunque la si pensi il 6 novembre, se andrà bene ai Repubblicani, o l’8 novembre 2016, se Barack Obama otterrà un secondo mandato, gli americani eleggeranno, salvo imprevisti o scandali, il 45° Presidente degli Stati Uniti. Ed è in questa certezza della procedura che sta tutta la straordinaria semplicità della democrazia americana e forse anche una delle ragioni della sua longevità, con la consapevolezza che otto anni, due mandati, sono comunque sufficienti affinché il presidente, anche il più incompetente e farabutto, si sia fatto la necessaria reputazione, buona o cattiva che sia dipende dai punti di vista, per raggranellare migliaia di dollari per ogni conferenza che successivamente terrà! Otto anni massimo e poi un po’ d’aria pulita, nella casa di tutti gli americani che è la White House, convinti come sono gli americani (e non solo loro) che il ricambio faccia  bene e cambiare condottiero consente di distribuire il carico delle responsabilità su tutto il ceto politico.

Barack Hussein Obama, il primo presidente afro-americano della storia, toglierà quindi il disturbo al massimo a 55 anni, un’età alla quale in Italia non riuscerebbe probabilmente  nemmeno a fare il segretario del Partito Democratico e nemmeno un ministro tecnico del Governo Monti! Negli anni della nostra Seconda Repubblica, dal 1994 in poi, l’Italia ha avuto Silvio Berlusconi (tre volte, con quattro governi), Lamberto Dini, Romano Prodi (due volte), Massimo D’Alema (con due governi), Giuliano Amato ed infine Mario Monti. Il Cavaliere aveva 57 anni quando entrò la sua prima volta a Palazzo Chigi e ne è uscito nel novembre scorso a 75 anni! Lamberto Dini fu nominato Presidente del Consiglio a 64 anni, Romano Prodi a 57 la prima volta e a 67 la seconda, Mario Monti a 68. Solo Giuliano Amato nel 1992 e Massimo D’Alema nel 1998 erano più giovani, primi ministri rispettivamente  a 54 anni nel 1992 (Amato fece poi il bis otto anni dopo) e a 49 il secondo, quasi un enfant prodige per gli standard politici italiani!

Ma lo spettacolo delle elezioni americane dà anche lo spunto per riflettere su come l’Europa stia mancando l’occasione per una vera e propria unione federale. Mentre gli Stati Uniti eleggono il loro Commander in Chief l’Unione Europea si è come inceppata, vittima di anacronistici orgogli nazionali, più adatti a competizioni sportive che alla convivenza civile e politica. Colpisce nello studiare la Costituzione Americana come già alla fine del Settecento fosse chiaro oltreoceano di quali fossero gli errori da evitare, sulla scorta dei pessimi esempi che provenivano dal Vecchio Continente, dall’uomo solo al comando per mandato divino alla commistione fra chi le leggi le fa e chi le deve far rispettare. E se adesso quasi tutti gli stati dell’Unione (la nostra) hanno più o meno gli stessi meccanismi per la separazione dei poteri, mi fa sorridere che in seno al Vecchio Continente continuino a esserci individui che rappresentano la Nazione non perché i loro concittadini li hanno in qualche modo eletti, per via diretta, indiretta o attraverso una rappresentatività parlamentare. Ma perché fanno parte di anacronistiche dinastie reali, figlie di un tempo che fu, con i loro popoli che sono invece liberi di muoversi e risiedere sotto il cielo di nazioni dove non ci sono re, regine e granduchi.

E se i microstati hanno una qualche ragione d’essere, perpetrando delle tradizioni folcloristiche sulle quali si fonda la loro fortuna, quali ad esempio i principati di Monaco, del Liechtenstein e di Andorra, trovo molto ridicolo leggere i documenti ufficiali sui trattati dell’Unione e apprendere che essi sono firmati dal “Re dei Belgi”, dalla “Regina dei Paesi Bassi”, dal “Granduca del Lussemburgo”, dalla “Regina di Danimarca”, dal “Re di Svezia”, dal “Re di Spagna” e dalla “Regina del Regno Unito”, appellati con espressioni quali maestà e altezza reale, che sembrano adatte alla fiabe che si leggono ai bambini prima di addormentarsi.

E se la monarchia inglese ha ricevuto un nuovo forte impulso di popolarità grazie al fiabesco royal wedding fra il Principe William e la commoner Kate Middleton, colpisce comunque che nel XXI secolo la sovrana britannica, la regina Elisabetta II, sia anche la regina del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Belize, della Giamaica, delle Bahamas, di Barbados e di tutta una serie di isole più o meno abitate sparse negli oceani, residui dell’impero vittoriano, e che lo sia – sovrana – da quasi 60 anni (fra poco più di un mese infatti si celebrerà il sessantesimo anniversario dell’ascesa al trono di Elizabeth)!

Ma la regina Elisabetta non è certamente da sola: se voliamo in Estremo Oriente abbiamo anche una democrazia consolidata come quella giapponese che ha come Capo di Stato un Imperatore, Akihitoche non è dio solo perché il padre, l’Imperatore Hirohito (73 anni sul trono del Giappone), perse la II Guerra Mondiale e  fu costretto alla famosa “Dichiarazione sulla natura umana dell’imperatore“, pronunciata da Hirohito a seguito di una formale interrogazione richiesta dal Comandante supremo delle Forze Alleate in Giappone, all’epoca il Generale MacArthur. E solo il fatto che in una democrazia vi sia qualcuno che si proclami imperatore è quasi un ossimoro in sé.

Apre quindi stasera il grande parco giochi delle elezioni presidenziali americane, questo anno solo con le primarie repubblicane, che dovranno riuscire a scremare il miglior candidato da opporre al presidente Obama, che in realtà può essere rieletto più per le difficoltà in area repubblicana che per meriti propri. Come qualunque esponente della sinistra italiana e internazionale sa bene, le aspettative a sinistra sono quasi sempre disilluse, per il semplice motivo che spesso sono troppo alte e troppo sfidanti. E se nel 1996 Bill Clinton, nonostante non riuscisse a tenere a bada la lampo dei calzoni, ottenne un secondo mandato sull’onda della straordinaria crescita economica, per Barack Obama la rielezione dipende moltissimo da come andrà l’economia e la creazione dei posti di lavoro nei prossimi mesi. Se il timido segnale di ripresa, osservato verso la fine del 2011, sarà consistente anche nella prima metà di questo anno, allora il dinoccolato e sorridente figlio di un africano immigrato (immagino sempre la faccia di Calderoli che incontra Obama!), aiutato dalla mediocrità dei candidati del GOP, potrà farcela. Per noi che amiamo questo gioco, fatto di sondaggi, pettegolezzi, dibattiti e commercials, gli spot televisivi che andranno in onda sulle televisioni americane, sarà una grande abbuffata di informazione e di eccitazione, con la conseguente diminuzione del tempo da dedicare alle italiche vicende, evitando così ulteriori travasi di bile, un ampliamento smisurato delle dimensioni del fegato e le contrazioni del colon che inevitabilmente si presentano guardando una qualunque puntata di Ballarò, Piazza Pulita o Servizio Pubblico.

Da parte mia spero che il mio più importante datore di lavoro mi liberi del tempo necessario ad affrontare le ore di fuso che ci dividono dagli Stati Uniti e ascoltare qualche dibattito fra gli sfidanti delle primarie e i tre match che vedranno il prescelto repubblicano opporsi a Barack Obama.

Se il mio azionista di riferimento non me lo consentirà, cosa estremamente probabile dato il caratterino altezzoso e arrogante del personaggio, mi riprometto di studiare il modo, quando la ministro Fornero vorrà, di seguire lì in diretta e per le strade degli Stati Uniti questo spettacolo della democrazia, cercando di capire dal vivo, senza tubi catodici o schermi piatti, cosa rende l’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America la più affascinante corsa elettorale del pianeta.

p.s. Ho cominciato oggi ad indossare il cappellino che vedete nella foto e che mi fu regalato – dopo la vittoria del 2008 – da un mio amico italo-siculo- americano! Spero porti fortuna al Presidente (che ne ha tanto bisogno) affinché ottenga un secondo mandato e possibilmente trascini il Congresso a colorarsi nuovamente di blu. Avrà anche deluso le aspettative ma il solo fatto di poter avere alla Casa Bianca uno dei  sette candidati repubblicani, con le loro posizioni su gay, evoluzionismo, matrimonio, aborto, tasse e islam, dovrebbe indurre gli americani ad affidare per altri quattro anni la guida della nazione più potente della Terra, almeno fino a quando la Cina non la sorpasserà, al più mite e tranquillo multietnico Presidente in carica. Nella speranza che fra quattro anni l’elefantino si sia liberato del condizionamento a destra del Tea Party e l’asinello possa trovare un successore per Obama un tantino più fortunato e che magari riesca a realizzare esempi di quell’economia sociale di mercato che sembra essere l’unica speranza di sopravvivenza per l’Occidente, impossibilitato ad inseguire le economie emergenti sul terreno puramente economico e produttivo, riuscendo a garantire per la popolazione occidentale, che invecchia sempre di più, una più serena maturità. Con la speranza sempre viva che nel Vecchio Continente i popoli dal basso riescano ad esprimere delle classi dirigenti in grado di comprendere che solo un’Unione Europea più coesa e unita può sopravvivere nel mondo che verrà. Con buona pace per re e regnanti ai quali un posto nelle favole dei bambini non verrà mai negato, suonando molto male e poco romantico un incipit di questo tipo “C’era una volta un presidente eletto a suffragio universale …”

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